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dei servizi – 1

Riprendo la riflessione si servizi e alle strane identità che si costruiscono attorno.

O meglio ai miti che assumono per spiegare chi sono.

Nel post precedente dicevo:
“ho transitato x varie equipes negli anni, e la cosa che mi colpiva era la “coloritura pedagogica” che si portava dietro, alcune categorie sono interessanti:
Educare come peso, pesantezza, fatica, tristezza, e un pò di noia
Educare come esercizio di muscolatura, poter essere più forte di un altro, (avere le “palle”)
Educare come fragilità, convivere con vasi di cristallo, lentezza, delicatezza, ma anche astenia”

Se non che si tratta di colori indelebili, di miti che sembrano giustificare quasi l’esistenza in vita del servizio, come se – perdendo il mito di riferimento – anche il servizio smetterebbe di esistere.
Così resiste/esiste chi vuole mantenere ed alimentare quel mito, chi lo persegue, chi cerca di giustificarlo.
Ossia gli educatori che declinano la loro responsabilità educativa, che vorrebbe vederli ad interrogare il mito e sfatarlo, per coltivarlo come fondativo. Quando invece dovrebbero riportare il servizio ad una vitalità meno cristallizzata.
L’educatore che fortifica il mito del “pugno di ferro” in relazione all’educare degli adolescenti, e lo persegue come modello del suo servizio, e addirittura lo identifica come necessità, mission del servizio,rischia di ridurre l’educare a quell’unico mito, con le conseguenze immaginabili …

 

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“scusa, scherzavo”

oggi transitavo con il passeggino accanto ad una scuola, in una zona dove stanno 2/3 diverse scuole (medie e superiori).

un gruppo di ragazz … etti? ragazzotti? insomma di quell’età indefinibile tra i 13 e 16 anni,
si sbatacchiano, l’ uno contro l’altro e poi contro un cassonetto.
mi sono girata a guardarli.
devo indossare la maglietta dell’adulto responsabile, dell’educatore e pensare seriamente se intervenire? si faranno male?
poi penso anche che scemi proprio a 50 metri dalla caserma dei carabinieri, come mettere benzina accanto al fuoco!
nel vociare del gruppetto, una voce tra le altre.
“scusa”.
ok! vai tranquilla! stanno proprio solo scherzando come fanno i ragazzi, pesticchiandosi e scherzando. e in genere i maschi lo fanno.

poi scivolo di colpo nelle pagine del bel libro di a. bajani che ho appena finito di leggere.
che fotografa tre gruppi di adolescenti in gita scolastica, narrati da un bajani 35enne – infiltrato in un mondo diverso.
certo nulla di ciò che dice sconvolge troppo chi, di adolescenti, ne vede spesso per lavoro.
ciononostante permette uno sguardo, non omologato, agli adolescenti da TV, o per meglio dire agli adolescenti come la tv ce li cucina e propina.
insomma lì, nel libro, ci sono quelli veri.
come questi.
nel libro bajano ricorda le sue “cazzate” da adolescente, che mi ricordano anche le mie, fatte di 10 anni prima di lui e 30 anni prima dei ragazzi descritti.
e, via via risalendo nel tempo, ancor prima a quelle di mio padre (che nel primo dopo guerra fece saltare in aria un cesso pubblico con non so quale residuato di ordigno) che a me, bimba, sembravano avventure magiche e ridicolissime, per quel riferirsi e all’esplodere di quella sostanza corporea che genera grandi risa nei più piccoli.
insomma allora si chiamavano marachelle e, nei diversi gradi di immaturità e gravità, raccontavano delle “stupidate” che si faceva da giovani, da stupidi appunto, quando non si sanno ancora valutare ancora il pericolo, l’opportunità, o il rispetto che si deve agli altri.
“cose” che si facevano soprattutto quando il leviatano mediatico non aveva ancora imparato a catalogare gli adolescenti come unicamente bulli, violenti, sballati del sabato sera.
quando le nostre “cazzate” non diventavano un fenomeno da baraccone, da strizzacervelli, da società malata, da you tube e da 7 telegiornali in prima serata.
allora erano ancora e solamente i famigerati errori di gioventù.
dai quali più o meno tutti siamo guariti.
ritorno di colpo alla mia realtà. da una finestra della scuola media emerge una voce irritata,
forse più furibonda che semplicemente irritata …
“cosa devo fare? chiamare i carabinieri, se non la finite … !!!”
i ragazzi provano a giustificarsi, a placare la voce.
“… stavamo scherzando …”
mi allontano.
sono contenta che quel libro mi abbia ricordato chi ero, e chi sono gli adolescenti.
e che ogni tanto basta ascoltare cosa dicono.
me ne vado con quel “scusa” nelle orecchie.
monica.

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il compleanno – l’educatore

ho voluto postare un brano scritto per altro blog, inserito qui di seguito con il titolo:
il compleanno – la mamma …
perchè mi sembrava particolarmente utile per evidenziare elementi educativi che emergono.
ovviamente in questa analisi vi è contenuta la fatica di oltrepassare quella sorda irritazione che è conseguita alla prima delle due feste, e arrivare ad una riflessione più complessa.
cosa rappresenta la festa di compleanno – modello A?
di certo non sembra essere un luogo educativo, ma tutt’alpiù animativo.
ma lì non c’erano animatori professionali pagati per intrattenere.
c’erano papa e mamma, festeggiata, amici della festeggiata.
quella festa di compleanno è e sarà 1 evento, diversamente colorato dal ruolo assunto dai genitori, che dirà qualcosa agli occhi dei loro ed altrui figli.
una festa non è necessariamente un momento educativo formalizzato, ma la scelta del festeggiare indica e insegna svariate cose.
chi sei tu figlio/a, ed in che ruolo, io genitore ti penso in relazione agli altri, alla società, all’amicizia, all’accoglienza, al luogo in cui faccio incontrare tutte questa istanze, come lo presidio e come ti mostro l’incontro tra te, le istanze ora citate e, gli altri.
a allora ….
cosa vuole dire organizzare una festa,

  • come se i ragazzini fossero adulti?
  • in cui l’accoglienza non è prevista come momento introduttivo ed aggregante, ne rivolta verso gli adulti, nè verso i bimbi/invitati.
  • in cui il gioco virtuale e la monetizzazione del gioco … sono il gioco.
  • in cui il dono è un di più dovuto, e non un atto di gentilezza e scambio, e pertanto può essere tranquillamente ignorato, sia come oggetto che come momento di incontro.
cosa avranno pensato quei genitori, organizzando la festa?
ad un dovere
un compito noioso
ad una delega in bianco verso il personale della pizzeria e della sala giochi
ad un momento di socialità formale, che sembrasse meno provinciale di una festa in casa.
così è apparsa agli occhi di una mamma estranea, qual’ero io in quel momento.
e perchè di sera?
perchè si deve fare una festa di compleanno – di un decenne – fa alla sera?
e non il venerdì pomeriggio, il sabato o la domenica (gli altri 4 pomeriggi sono presi dalla scuola).
e perchè festeggiare in uno di quelli che sono conosciuti come non luoghi:
nella pizzeria collocata in un multisala – affiancato dal mega-centro commerciale.
si sarebbe potuto al limite associare cinema e pizza,
allora un senso lo avrei potuto intuire.
concluderei segnalando un paio di cose:
il centro commerciale di fatto sostituisce la socialità che non avviene in città
(di analoga dimensione – e/o nella stessa provincia ciò non avviene) dove la piazza, la via sono ancora luoghi di incontro.
la piazza è un parcheggio svuotato della valenza di luogo sociale.
tutti nei week end vanno a Milano o al centro commerciale.
forse è per questo motivo che festeggiare lì diventa un elemento simbolico o aggregativo importante
(dall’inizio dell’anno nella classe di mia figlia almeno 4 compleanni si sono svolti in quel modo/luogo; quindi questo comincia ad essere un dato statistico e non più una mera casualità).

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parlare, dire, ascoltare

Molto tempo fa avevo un amico, per meglio dire un conoscente, che viveva facendo di mestiere il critico d’arte, nello specifico si occupava dell’arte del 1600.
Viveva, immagino lo faccia ancora, in una splendida casa di architettura fascista: una bella facciata, si saliva attraverso un grande scalone in marmo, i dettagli, tutti da vedere, erano in marmo bianco e nero.
Stessa cosa per l’appartamento, arredato con gusto, le cui pareti erano scandite da incredibili quadri di un pittore sconosciuto ma potenzialmente grande. Uno di quelli che non ha mai venduto un quadro, perchè vive(va) l’arte così visceralmente da non poter commercializzare la sua anima, ma solo prestarla agli amici. Cosa che era succssa ai suoi quadri, collocati in casa del mio amico.
Questo amico aveva accompagnato, me e il mio fidanzato di allora, a visitare il duomo di ******, mostrandoci prospettive storiche ed architettoniche. Indicandoci simbologie, rese vive dallo sguardo: quel serpe pagano, schiacciato da un leone sul quale stava posata la colonna, sul quale veniva edificata la “chiesa”; luogo e simbolo, significante e significato.
Quello che ha accompagnato tutti gli incontri con questo amico, per precisone direi costellato, è il suo uso della lingua italiana. Un linguaggio forbito che accompagnava, illuminava, stagliava le parole, rese vive da un’ineffabile capacità di esprimer concetti, e di renderli esperienza, sguardo, oggetto. Credo di non aver mai conosciuto una persona così colta e contemporaneamente così abile nel divulgare il sapere, capace di trasformare la parola in materia viva.
Rendendo comprensibile e fruibile una materia nuova.
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Passando ad altro, ma a partire proprio da questa esperienza, pensavo al valore della parola e della comunicazione che ha qui, in questo blog quale spazio virtuale, oppure in ambito educativo.
Nella esperienza lavorativa con le famiglie problematiche dei minori, con i minori stessi, piuttosto che con i disabili e le loro famiglie.
Parola che è sicuramente bagaglio dell’esperienza personale di ciascuno, e che nei casi più conflittuali diventa distacco, ostacolo, muro e oggetto stesso di scontro; tra diversi pensieri, retaggi culturali, capacità o volontà dialettiche.
Parola che può anche evocare scenari, se non proprio condivisi, almeno condivisibili, che può trattare oggetti visibili e per ciò meno interpretabili. Che può, anche, permettere incontri di sguardi di storie.
Previa una certa intenzionalità e una solida base di ascolto (parola sicuramente abusata nel sociale) che devono esser interpretate ed agite ogni volta.
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Breve digressione sul piano personale.
Sto cercando di ridurre al minimo il numero delle vaccinazioni da fare somministrare alla mia figli più piccola, perciò parlo per telefono con l’infermiera incaricata.
Le dico che vorrei fare somministare solo i vaccini obbligatori, mi vien spiegato che non devo temere la febbriciattola conseguente al vaccino, e che posso tranquillamente dare alla bimba un farmaco *********** per eliminare il fastidio conseguente all’iniezione.
Vengo rassicurata, nel mio essere una mamma preoccupata per la febbre (cosa che non sono) ma non ascoltata nella mia richiesta sui vaccini.
In questo caso la mia interlocutrice ha risposto alla sua idea su ciò che secondo lei avevo comunicato; ed erogando – a mio avviso – una risposta standard/banalizzante alla mia domanda.
In questo caso il linguaggio ha creato uno scenario, ma non un incontro, non ha peraltro nemeno evocato grandi possibilità di confronto.
Mancava l’ascolto e la parola di poggiava su una interpretazione e non su un oggetto (per quanto metaforico).
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Tornando al lavoro educativo …

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delle equipes e dei servizi educativi – antefatto

ho transitato x varie equipes negli anni, e la cosa che mi colpiva era la “coloritura pedagogica” che si portava dietro, alcune categorie sono interessanti:
educare come peso, pesantezza, fatica, tristezza, e un pò di noia
educare come esercizio di muscolatura, poter essere più forte di un altro, (avere le “palle”)
educare come fragilità, convivere con vasi di cristallo, lentezza, delicatezza, ma anche astenia

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DIFESA RELAZIONALE 1

copio ed incollo dal sito gemello

abito in un paese piccolo. 1000 abitanti al massimo, posto molto tranquillo.

quando esco di casa con la bimba piccola la sequenza è:

borsa con cambio completo, borse termica con biberon/scaldabiberon, mia borsa, giacca, copertina, 1 lt di acqua, 
bimba dentro l'ovetto, chassis del passeggino. vado avanti un sacco di volte.
in un condominio a milano non si potrebbe. soprattutto lasciare la micro in auto con la portiera aperta 
e la porta di casa spalancata, nel mio andirivieni.
e se ...
(delirio)
già e se un malintenzionato ...
no, quaggiù non può succedere nulla di brutto.
ok, potrei mettere un coltello in auto.
no, non si può; sai che multa i cc, uso di arma impropria!
e poi non sono quella contraria alla violenza e che lo stato esiste per qualcosa e 
che farsi giustizia da sè è cosa da trogloditi??????????
si, ma.
ma è una questione di difesa, ***** è mia figlia la devo difendere no??
stop.
fine del delirio.
per fortuna.
per fortuna che ho fatto un corso di difesa relazionale.
(non è difesa personale).
per due anni poi la gravidanza e la distanza hanno messo un limite.
la fa un mio docente di pedagogia interazionale.
fa arti marziali da una vita.
si parte dal presupposto che .... - questo è quello che ho raccolto -
nella vita ci si trova di fronte ad attacchi che non sono solo fisici, ma anche morali, psicologici, verbali etc etc
si usano tecniche mutuate da un arte marziale.
ma come in molte arti marziali accade il principio è evitare inutili scontri, si arriva al conflitto solo se inevitabile.
e allora si osserva l'avversario e di sperimentano le proprie paure.
è stupido sparare ad uno che voleva chiederti una sigaretta.
si lavora con il corpo/con i corpi e sul corpo.
e nella testa.
sinergie e strategie di apprendimento corpo mente
si testano le proprie resistenze.
si conoscono il limite e le sfumature che una relazione possono avere.
davanti ad un aggressione (non solo fisica) puoi:
scappare, spostare il piano di ingaggio, disimpegnarti, affrontarla.
e allora che ci faccio io con il mio stupido coltellino, che non metterò mai in auto, di fronte al malintenzionato?
forse nulla.
ma la mia attenzione è diversa.
adesso so che esistono diverse strategie di disingaggio.
e che posso ancora usare la testa prima di "sparare a vista" ad ogni ombra.
che la mia attenzione è "un'arma" necessaria a filtrare bene e a rilevare 
dove esistono pericoli e dove ci sono solo gli spettri delle mie (nostre) paure.
salgo in auto e porto la micropinga dalla pediatra, da oggi passiamo alle pappe!
monica
anche per questo grazie a igor
fonti:
http://www.humaniter.org/

http://www.studiodedalo.net/site/

Difesa relazionale

c/o società umanitaria/milano
La complessità della vita chiede ogni giorno a tutti noi di incontrare molte persone. 
Qualcuno di questi incontri può rivelarsi critico, forse violento.
Sentirsi aggrediti significa temere un danno, non importa quale, né se qualcuno abbia veramente intenzione di attaccarci:
 è sufficiente un’aggressione verbale, una forte pressione emotiva, un conflitto di potere e i nostri comportamenti 
difensivi entrano in gioco.
Se la reazione è eccessiva o fuori luogo dissipiamo le nostre energie, se è debole o inappropriata, le deprimiamo.
 In entrambi i casi, pregiudichiamo il nostro incontro con gli altri. Ciò di cui abbiamo bisogno, dunque, è imparare 
a controllare l’aggressività altrui disciplinando la nostra.
COSA E’
È un percorso di ricerca per capire ed elaborare le proprie strategie di difesa.
È una pratica della lotta per imparare a controllare le situazioni di pericolo neutralizzandole o minimizzando i danni.
È una disciplina del corpo e dell’energia per esprimersi in libertà attraverso il gesto marziale.
PROGRAMMA
Il programma prevede l’esercizio di tecniche e principi liberamente ispirati al patrimonio dell’arte marziale, intrecciato con quello della formazione di gruppo.
Le lezioni, un’ora e mezza una volta alla settimana, si articoleranno lungo tre piani di lavoro:
· Fondamentali dell’energia: il corpo e l’incontro con l’altro
· Tecniche di combattimento: la difesa come disciplina del gesto
· Strategie difensive: l’interazione e il conflitto
La pratica comprende il lavoro in palestra – tecniche di base, forme, esercizi di contatto, combattimenti prestabiliti, 
a ruoli e liberi - un percorso parallelo di riflessione collettiva e individuale, una disciplina personale 
integrata nella vita quotidiana.
fonti:

http://www.humaniter.org/

http://www.studiodedalo.net/site/

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sensibilità educative

metto in collegamento i due blog post su pontitibetani

citazione:

“ebbene si!

ho fatto l’educatore professionale con i disabili/minori a rischio/casi sociali e “sfigati” di varie tipologie (e presumibilmente continuerò a farlo)
ma sono una vera carogna…(!)
cioè è quello che dovrei desumere dopo che, per anni e anni, mi sono sentita dire, esattamente come succede a moltissimi miei colleghi:

“ahhhhh, com’è brava lei! io il suo lavoro non potrei mai farlo … sono troppo sensibile!”

il che mi colloca, nell’immediato, nella categoria insensibili… cioè delle carogne!

in fondo è per quello che sto ancora studiando! un sacco di euri per diventare consulente -carogna.

perchè tanto a me, degli altri, di quelli con cui lavoro frega pochino (non sono così sensibile, visto che riesco a farne un lavoro).

perchè loro, quelli sensibili, la fatica, i problemi, la sofferenza non la trattano mai (??).
nè si occupano di pupi e pannolini, con il febbrone e la polmonite, o del nonno con l’alzeheimer, o di tutte quelle dannate cose che dolorosamente trattiamo, in quanto viventi.

il presidio di quelle cose, pare essere nostro, di quelli che non sono così sensibili.

(???????)

forse, visto che le cose non stanno così, la questione non è di sensibilità ma di sguardo ed oggetto.

così come il medico, partendo dalla sofferenza generata da una malattia, prova a restituire uno stato di salute; chi educa non deve essere pietoso ma trattare un problema per farne comprendere i confini, (comprendendoli a sua volta), attraversarlo con l’altro e impararne qualcosa.

almeno così ha senso.”

  • dunque la sensibilità/insensibilità non dovrebbe rappresentare uno strumento professionale, nè una caratteristica individuale atta e necessaria a svolgere un lavoro educativo.
  • la categoria sensibilità poi mi sembra molto aleatoria e imprecisa per delinearla come caratteristica professionale.
  • forse il nostro interlocutore ci sta dicendo che a lui quel lavoro non verrebbe mai in mente di farlo perchè la disabilità gli fa paura/senso/fastidio; o perchè un minore in difficoltà gli disturba la sua idea di una infanzia/età aurea o magica. che cos’è un malcelato senso di colpa perchè lui di quelle cose non se ne occupa? ma non è vero, di cura e sofferenza – nel privato – ce ne occupiamo più o meno tutti.
  • forse semplicemente quelle difficoltà lì vengono scelte da qualcuno per essere trattate e magari anche un pò rielaborate, esattamente come qualcun’altro fa con un problema di tipo economico o ingenieristico. lo si tratta e rielabora alla luce dei propri strumenti di lavoro per restituirlo in modo differente. peraltro non credo che io farei mai il bancario o il progettista ma nemmeno direi a questi personaggi che non faccio il loro lavoro perchè sono troppo sensibile (!)
  • non credo perciò alla mistica dell’educatore santo e però capace di non sentire la sofferenza altrui ( a differenza dei “troppo sensibili”). solo di scelta
monica

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Archiviato sotto sguardi sull'educare: la professionalità