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dei servizi – 1
Riprendo la riflessione si servizi e alle strane identità che si costruiscono attorno.
O meglio ai miti che assumono per spiegare chi sono.
Nel post precedente dicevo:
“ho transitato x varie equipes negli anni, e la cosa che mi colpiva era la “coloritura pedagogica” che si portava dietro, alcune categorie sono interessanti:
Educare come peso, pesantezza, fatica, tristezza, e un pò di noia
Educare come esercizio di muscolatura, poter essere più forte di un altro, (avere le “palle”)
Educare come fragilità, convivere con vasi di cristallo, lentezza, delicatezza, ma anche astenia”
Se non che si tratta di colori indelebili, di miti che sembrano giustificare quasi l’esistenza in vita del servizio, come se – perdendo il mito di riferimento – anche il servizio smetterebbe di esistere.
Così resiste/esiste chi vuole mantenere ed alimentare quel mito, chi lo persegue, chi cerca di giustificarlo.
Ossia gli educatori che declinano la loro responsabilità educativa, che vorrebbe vederli ad interrogare il mito e sfatarlo, per coltivarlo come fondativo. Quando invece dovrebbero riportare il servizio ad una vitalità meno cristallizzata.
L’educatore che fortifica il mito del “pugno di ferro” in relazione all’educare degli adolescenti, e lo persegue come modello del suo servizio, e addirittura lo identifica come necessità, mission del servizio,rischia di ridurre l’educare a quell’unico mito, con le conseguenze immaginabili …
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“scusa, scherzavo”
oggi transitavo con il passeggino accanto ad una scuola, in una zona dove stanno 2/3 diverse scuole (medie e superiori).
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il compleanno – l’educatore
- come se i ragazzini fossero adulti?
- in cui l’accoglienza non è prevista come momento introduttivo ed aggregante, ne rivolta verso gli adulti, nè verso i bimbi/invitati.
- in cui il gioco virtuale e la monetizzazione del gioco … sono il gioco.
- in cui il dono è un di più dovuto, e non un atto di gentilezza e scambio, e pertanto può essere tranquillamente ignorato, sia come oggetto che come momento di incontro.
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parlare, dire, ascoltare
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delle equipes e dei servizi educativi – antefatto
ho transitato x varie equipes negli anni, e la cosa che mi colpiva era la “coloritura pedagogica” che si portava dietro, alcune categorie sono interessanti:
educare come peso, pesantezza, fatica, tristezza, e un pò di noia
educare come esercizio di muscolatura, poter essere più forte di un altro, (avere le “palle”)
educare come fragilità, convivere con vasi di cristallo, lentezza, delicatezza, ma anche astenia
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DIFESA RELAZIONALE 1
copio ed incollo dal sito gemello
abito in un paese piccolo. 1000 abitanti al massimo, posto molto tranquillo.
quando esco di casa con la bimba piccola la sequenza è:
borsa con cambio completo, borse termica con biberon/scaldabiberon, mia borsa, giacca, copertina, 1 lt di acqua, bimba dentro l'ovetto, chassis del passeggino. vado avanti un sacco di volte. in un condominio a milano non si potrebbe. soprattutto lasciare la micro in auto con la portiera aperta e la porta di casa spalancata, nel mio andirivieni.
e se ... (delirio) già e se un malintenzionato ... no, quaggiù non può succedere nulla di brutto. ok, potrei mettere un coltello in auto. no, non si può; sai che multa i cc, uso di arma impropria! e poi non sono quella contraria alla violenza e che lo stato esiste per qualcosa e che farsi giustizia da sè è cosa da trogloditi??????????
si, ma. ma è una questione di difesa, ***** è mia figlia la devo difendere no?? stop. fine del delirio.
per fortuna.
per fortuna che ho fatto un corso di difesa relazionale. (non è difesa personale). per due anni poi la gravidanza e la distanza hanno messo un limite.
la fa un mio docente di pedagogia interazionale. fa arti marziali da una vita. si parte dal presupposto che .... - questo è quello che ho raccolto - nella vita ci si trova di fronte ad attacchi che non sono solo fisici, ma anche morali, psicologici, verbali etc etc si usano tecniche mutuate da un arte marziale. ma come in molte arti marziali accade il principio è evitare inutili scontri, si arriva al conflitto solo se inevitabile. e allora si osserva l'avversario e di sperimentano le proprie paure. è stupido sparare ad uno che voleva chiederti una sigaretta. si lavora con il corpo/con i corpi e sul corpo. e nella testa. sinergie e strategie di apprendimento corpo mente si testano le proprie resistenze. si conoscono il limite e le sfumature che una relazione possono avere. davanti ad un aggressione (non solo fisica) puoi: scappare, spostare il piano di ingaggio, disimpegnarti, affrontarla.
e allora che ci faccio io con il mio stupido coltellino, che non metterò mai in auto, di fronte al malintenzionato? forse nulla. ma la mia attenzione è diversa. adesso so che esistono diverse strategie di disingaggio. e che posso ancora usare la testa prima di "sparare a vista" ad ogni ombra. che la mia attenzione è "un'arma" necessaria a filtrare bene e a rilevare dove esistono pericoli e dove ci sono solo gli spettri delle mie (nostre) paure.
salgo in auto e porto la micropinga dalla pediatra, da oggi passiamo alle pappe! monica
anche per questo grazie a igor
fonti:
http://www.humaniter.org/ http://www.studiodedalo.net/site/
Difesa relazionale
c/o società umanitaria/milano
La complessità della vita chiede ogni giorno a tutti noi di incontrare molte persone. Qualcuno di questi incontri può rivelarsi critico, forse violento. Sentirsi aggrediti significa temere un danno, non importa quale, né se qualcuno abbia veramente intenzione di attaccarci: è sufficiente un’aggressione verbale, una forte pressione emotiva, un conflitto di potere e i nostri comportamenti difensivi entrano in gioco. Se la reazione è eccessiva o fuori luogo dissipiamo le nostre energie, se è debole o inappropriata, le deprimiamo. In entrambi i casi, pregiudichiamo il nostro incontro con gli altri. Ciò di cui abbiamo bisogno, dunque, è imparare a controllare l’aggressività altrui disciplinando la nostra. COSA E’ È un percorso di ricerca per capire ed elaborare le proprie strategie di difesa. È una pratica della lotta per imparare a controllare le situazioni di pericolo neutralizzandole o minimizzando i danni. È una disciplina del corpo e dell’energia per esprimersi in libertà attraverso il gesto marziale. PROGRAMMA Il programma prevede l’esercizio di tecniche e principi liberamente ispirati al patrimonio dell’arte marziale, intrecciato con quello della formazione di gruppo. Le lezioni, un’ora e mezza una volta alla settimana, si articoleranno lungo tre piani di lavoro: · Fondamentali dell’energia: il corpo e l’incontro con l’altro · Tecniche di combattimento: la difesa come disciplina del gesto · Strategie difensive: l’interazione e il conflitto La pratica comprende il lavoro in palestra – tecniche di base, forme, esercizi di contatto, combattimenti prestabiliti, a ruoli e liberi - un percorso parallelo di riflessione collettiva e individuale, una disciplina personale integrata nella vita quotidiana.
fonti:
http://www.humaniter.org/
http://www.studiodedalo.net/site/
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sensibilità educative
“ebbene si!
in fondo è per quello che sto ancora studiando! un sacco di euri per diventare consulente -carogna.
- dunque la sensibilità/insensibilità non dovrebbe rappresentare uno strumento professionale, nè una caratteristica individuale atta e necessaria a svolgere un lavoro educativo.
- la categoria sensibilità poi mi sembra molto aleatoria e imprecisa per delinearla come caratteristica professionale.
- forse il nostro interlocutore ci sta dicendo che a lui quel lavoro non verrebbe mai in mente di farlo perchè la disabilità gli fa paura/senso/fastidio; o perchè un minore in difficoltà gli disturba la sua idea di una infanzia/età aurea o magica. che cos’è un malcelato senso di colpa perchè lui di quelle cose non se ne occupa? ma non è vero, di cura e sofferenza – nel privato – ce ne occupiamo più o meno tutti.
- forse semplicemente quelle difficoltà lì vengono scelte da qualcuno per essere trattate e magari anche un pò rielaborate, esattamente come qualcun’altro fa con un problema di tipo economico o ingenieristico. lo si tratta e rielabora alla luce dei propri strumenti di lavoro per restituirlo in modo differente. peraltro non credo che io farei mai il bancario o il progettista ma nemmeno direi a questi personaggi che non faccio il loro lavoro perchè sono troppo sensibile (!)
- non credo perciò alla mistica dell’educatore santo e però capace di non sentire la sofferenza altrui ( a differenza dei “troppo sensibili”). solo di scelta
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