14 ottobre 2009

I luoghi dell’educare e i saperi sociali

Il Punto di osservazione:

Ho lavorato per più di una decina di anni nella cooperazione sociale, e specificatamente nel settore dei servizi educativi rivolti a minori e famiglie in difficoltà.

L’ho fatto attraversando i vari ruoli di tipo educativo ma anche di governo: tutti quelli possibili in una piccola cooperativa sociale. Che era ed è, a tutt’oggi, una realtà consolidata di cosiddetta “governance” colorata quasi interamente al femminile, un pò per caso, ed un pò anche per scelta e per necessità.

Ne ho tratto due grandi insegnamenti.

Il primo è che, lì, in quello specifico gruppo, in quel preciso momento storico, c’era e c’è gruppo di donne che coordinavano, cooperavano, costruivano servizi educativi, governavano, amministravano, progettavano, pensavano, si ponevano problemi etico/economici. Lo fanno anche ora, ancora, anche oggi, ogni giorno. La forma assunta dal lavoro era di tipo cooperativo e non competitivo; e per scelta, si voleva essere volitivamente solidali verso i lavoratori soci e non, professionali verso fruitori e committenti, inoltre si voleva affermare una forte propensione a costruire una collettività, che si responsabilizzasse anche attraverso le carriere orizzontali, e sperimentasse un certo turn-over nei luoghi di “potere”.

E il secondo apprendimento è che quelle donne che eravamo noi, forse anche in virtù dei pochi soldi che circolano nel “sociale”, avevano scelto di non pagare in modo diseguale che aveva anche in ruoli di governo e/o di alto livello gestionale, privilegiando in tal modo un equità economica più collettiva e diffusa. E’ una esperienza singolare, certo, sia dal punto di vista statistico sia dal punto di vista stesso della cooperazione sociale, per come l’ho incontrata in altre realtà di Cooperative sociali.

Un ultimo insegnamento ne ho tratto, ed è la difficoltà a traghettare fuori dalla Cooperativa, il sapere prodotto in ambito gestonale e quello ancora più pertinente di tipo educativo. Ma questo fa parte di uno dei paradossi dell’educare, la difficoltà a narrare del sapere che sta producendo mentre si educa. Ecco che, negli anni in cui ero immersa in quella realtà, solo un punto ho sempre sentito come latente e mai sviscerato davvero: il fatto che non si riuscisse a fare un meta pensiero che correlasse politico, collettivo, organizzativo e pedagogico, e anche sociale e culturale con le realtà e le prassi che la Cooperativa andava incontrando, al suo interno e nei servizi educativi che presidiava.

E’ un punto latente in molti servizi educativi. Il sapere che viene prodotto resta un patrimonio congelato nell’esperienza dei singoli e/o al massimo si tesaurizza nella vita nei fruitori dei servizi, minori, donne, famiglie, disabili, etc. Eppure è nei servizi sociali, nelle comunità alloggio, nei centri giovani, nei consultori, nelle scuole, negli asili, insomma nella pluralità di servizi erogati per le persone che le esperienze entrano in un meltin’pot che le fa uscire mutate.

E’ lì che si incontrano le nuova famiglie ricostituite, multietniche, le seconde generazioni e a volte le terze dell’immigrazione vecchia e nuova , il disagio di una società in mutazione, mutevole e di corsa, gli anziani, la fucina del carcere, e tutti i vari scivolamenti della vita nei tracolli di alcool, droghe, follia.

I disabili ora diventati diversamente abili nelle loro istanze non viste, le donne, le giovani donne che portano le storie ambivalenti di violenza tra desideri amore e possesso e tutti si incontrano con i professionisti dell’educare, nel tentativo di del trasformare in sapere il disagio. In quella pentola ribollente c’è l’incontro con le istanze più normative dello stato, quello stato che impone di imparare dal contenimento forzoso dove si impara dai muri e dalle sbarre, dalla punizione, oppure dalle regole del sapere; italiano, matematica, storia, etc, ci sono i modelli culturali egemoni e quelli residuali, quelli regionali e quelli di altre culture.

Eppure sono quei i luoghi dell’educare che ancora non riescono a narrare i processi trasformazione in atto e che vedono, quando stanno con i giovani mentre questi cominciano leggere la società, ad iniziare ad esserne parte, a volerne determinarne alcune parti. Anche quando sono la parte latente e/o dimenticata. Ma sono luoghi silenti, inascoltati su queste istanze e che non hanno ancora colto la possibilità di narrare queste transazioni sociali nel loro divenire, impegnate come sono a sopravvivere ai vari tagli che i governi impongono legislatura dopo legislatura. Sembra paradossale che siano proprio le realtà minoritarie, meno ascoltate nella flebilità delle loro voci: bambini, anziani, donne o ancora quelle parti indisponibili nel loro apparire perchè scarti di una società che non ascolta, ad essere proprio la maggiore fucina di cambiamenti, laddove si trova a ricomporre differenze abissali e culturali, interne ed esterne, istanze nazionali e/o globalizzate.

E’ paradossale. o forse no, che siano i luoghi dell’educare spicciolo, concreto, reale a doversi fare narratori di ciò che accade e può accadere e sta accadendo.

Infine tornando a chiudere proprio con la questione femminile, vorrei tornare con il pensiero lì, in quei luoghi del sapere operativo, dove l’educazione si produce artigianalmente; fuori dalle aule colte, dalle teorizzazioni, dai paradigmi, dalle stanze ordinate e pulite, dal bel “parlare”, dalle rivoluzioni e dalle rivendicazioni politiche forbite. Vorrei che si andasse dove le donne imparano e insegnano l’emancipazione, in situazioni grevi e gravide, dove se la scambiano, se la contendono, la insegnano e la imparano e poi magari la costruiscono, per farci davvero narrare cosa succede e cosa ci stanno insegnando. E vorrei chieder a chi questo lavoro fa, di giorno in giorno, l’assunzione di una responsabilità educativa che è narrare quell’attraversamento e il sapere generato. Siano essi educatori, insegnanti, formatori, consulenti.

3 ottobre 2009

fare per – fare con … della psicomotricità e del trasmettere saperi

Sono ormai anni che in testa gira il motivetto che mi hanno passato durante il trienno di formazione per psicomotricisti.

Si diceva lo psicomotricista fa per il bambino e fa con il bambino. Il concetto mi era suonato subito simpatico ed immediato.

Ma è di oggi, del passaggio successivo alla fase della consulenza/formazione che il concetto si riattualizza, reso più prezioso e gravido di contenuti, quando il fare per e il fare con riguarda la formazione di gruppi di adulti.

Ieri conducevo un gruppo di adulti in un percorso di formazione psicomotoria:

Nella prima fase ho strutturato un percorso di attività per il gruppo, ho pensato a come farlo; poi solo ho guidato il gruppo guidato usando la mia voce per indicare al gruppo cosa fare, come fare, sostenendo, sollecitando, rassicurando, indicando punti nodali su cui sostare.

Nella seconda fase del lavoro ho lavorato (in un paio di momenti) nel gruppo, inserendomi nell’attività, usandomi come esempio, come partner, come complice del gioco psicomotorio. Offrendo squarci di sguardi su possibilità nuove, colte subito dal gruppo, a partire dall’essere esterna al gruppo, più libera di progettare e quindi di iniziare una azione, nuova, evolutiva. ma che necessariamente partiva dal fare con, insieme, con lo stesso corpo, con le stesse mani, con gli stessi oggetti.

Poi nel viaggio di ritorno, mentre prendevo distanza e riflettevo sull’andamento del lavoro, il mio fare è apparso evidentemente connotabile come un fare per (prima fase) e una fare con (seconda fase).

Un fare che corrisponde a diverse distanze prossemiche ma anche posturali, che appariono nella pratica di trasmissione psicomotoria ma che forse sono rintracciabili anche in altri contesti formativi, più metaforizzate dagli oggetti, dai tempi e/o dagli spazi.

Ma ancora prima di questo erano successe alcune cose, in un altra giornata formativa, i formandi avevano il compito di trasmettere all’altro la propria espreineza, era un lavoro a coppie.

Alcune coppie hanno lavorato frontalmente, alcune finaco a fianco, altre ancora in posizione schiena contro petto.

Nel primo caso la categoria è quella del fare con, fare insieme, mettersi in gioco direttamente, in un fare comune in cui il corpo è direttamente coinvolto, e il mostrare spesso evolve in un livello di esplorazione superiore, più complessa, nuova e ricca, sicuramente diversa.

Nel secondo caso la categoria è del fare per, del mostrare, dell’indicare, io sto fuori e ti faccio vedere come si fa, al limite uso il mio corpo o la mia voce per sollecitarti a fare l’esperienza, o ti suggerisco dove collocare l’attenzione.

Nell’ultimo caso direi che la categoria è ancora del fare per, ed è ti faccio sentire io cosa succede. Tu sei passivo nell’apprendimento ed io quello attivo. Quello che vede e controlla l’esperienza, e sa dove condurla.

Ma è nel caso in cui prevale il fare con, che vede un lavoro simultaneo, anche se non necessariamente simmetrico, che evolve in maniera rapida e meno prevedibile.  Mi sono chiesta anche se non sia un caso che si tratti di una interazione frontale (letterelmente) un faccia a faccia, che mette a disposizione la maggioranza dei canali della comunicazione non verbale nella posizione migliore, per vederli e leggerli tutti insieme, con immediatezza e con facilità.

Ecco che lo sguardo e il fare, insieme alla distanza spaziale, alle posture, all’uso del corpo cominciano ad sembrarmi i fondamentali delle prassi educative. Fra l’altro un recente documentario sui primati evoluti (scimpansè) mostrava una mamma insegnare al proprio cucciolo l’uso di un bastoncino di legno per tirare fuori le formiche dal tronco di un albero (fare per) e poi soffermarsi a giocare, facendo il proprio corpo oggetto/soggetto di gioco.

21 luglio 2009

un figlio disabile e la solitudine delle madri, dei padri e della società …

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DISCLAIMER
lo so che usare questa foto è capzioso, e sembra un mostrare solo il bello di ciò che è complesso ma … ma è una bella bimba, ed è ciò che vedo di primo acchito.

E’ della cronaca di questi gg due mamme con bimbi disabili che li uccidono (e in un caso anche la madre si è uccisa).

Non vado nella cronaca e nello splatter che i giornali tireranno fuori, o nell’emozione che ti strappa fuori le budella per lasciarti ancora una volta solo e confuso; le notizie mi hanno toccato, ma non le ho nemmeno approfondite, non avrebbero aggiunto nulla a ciò che già sapevo.

Abbiamo oggi notevoli strumenti diagnostici per capire se un bimbo nascerà sano, esiste la pratica possibile dell’aborto come scelta per le famiglie, esistono strutture che aiutano, esistono cure e terapie.

Ma non esiste nessuna cura per l’esclusione sociale, per l’insensibilità e per l’ignoranza di una cultura che sta smettendo sempre più di accogliere la diversità, la fatica e il dolore.

Nessuna cura per un tessuto sociale che si sta disgregando e perdendo in coesione e pietas.

Un mondo che non accoglie deve essere uno scoglio invalicabile per una mamma spaventata, o un padre che non sa come affrontare e parlare di quel dolore.

Il fallimento di quelle madri è anche nostro, nel momento in cui permettiamo che il mondo in cui viviamo si cibi della spazzatura, del fetish che c’è nel vivere, e lasciamo che le cose attorno a noi degradino.

Visto che lavoro da orami un sacco di anni nel mondo dei servizi e con la disabiiltà, ho conoscenza più o meno approfondita della materia, e quando il ginecologo mi spiegò il tritest, che andavo a fare per la prima figlia, dicendomi che poteva rilevare la sindrome di down  … mi ricordo di aver pensato che fra le sindromi che potevano ancora capitare era una di quelle “quasi” fortunate.

Così non è, o almeno non è così banale.

Ma allora quella riflessione mi aiutò a lavorare con la paura.

E poi ad osservare i genitori, quelli di un figlio disabile, che imparavano ad essere genitori tout court e non genitori di…. (disabile), ad amare un figlio in quanto figlio; stimando la loro capacità di crescere, di far crescre, alle volte in mezzo a fatiche che nemmeno ipotizziamo; senza mai ammantarsi del cilicio, e della veste di santo e martire.

Mettendo perciò in circolo un sapere sul far crescere ed aver cura, sulla disabilità, sulla fatica e sul senso della genitorialità, sapere che preso e tenuto e fatto circolare aiuterebbe la società anche a tenere e sorreggere chi questa forza non la sa ancora trovare, e per farlo ha bisogno degli altri.

un pensiero particolare va ai genitori di paolo, di luca, di barbara, che su questo mi hanno insegnato un sacco e ad una persona che mi ha fatto capire il senso dell’essere”maestro” per gli altri,  Igor Salomone, con la sua capacità di parlare, indicare, trasmettere e raccontare

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6 luglio 2009

saper stare – so stare

in risposta a questo post: So_stare

 

Per sostare bisogna anche che vi siano alcune condizioni:
un luogo dove sostare, il tempo per farlo, bisogna saperlo fare, oppure esservi obbligati – più o meno brutalmente – da qualcuno o qualcosa o dalla “necessità”.

la sosta meditativa è “dei saggi”, gli altri si arrabattano a farlo quando possono oppure devono.

cosa oggi ci induce a soffermarci sui temi che ci sono o che brillano per la loro assenza?

alle volte sono la rabbia o l’impotenza a focalizzare l’attenzione su di un tema, ma sono due molle che, forse, non permettono grandi di saperi/possibilità educative.

anche l’assenza di tempo sembra indicare che non ci stiamo dando il tempo per imparare e che stiamo esplorando l’impotenza.

certo sapere che non tutto è possibile è una tappa di crescita necessaria, soprattutto in educazione dove il confine tra onnipotenza e impotenza è spesso velleitario e mai pensato sino in fondo.

ma una volta che si è esplorata la non possibilità, occorre anche costruire strade e ponti alternativi, chiavi di lettura che permettano qualcosa …

mi chiedo e vi chiedo … non sta all’educazione farlo, cominciando con l’uscire finalmente dal famoso ghetto dei servizi dove molti educatori si incistano.

e poi smettendo di guardare solo alla propria utenza, e ombelico, per osservare le cose da prospettiva più ampia … che può essere indicata ….images-53

 

a questo proposito leggere anche :
http://www.studiodedalo.net/blog/?p=7
http://www.studiodedalo.net/blog/?p=8

4 aprile 2009

di crisi in crisi … ma che si impara?

Lo spunto arriva da qui.

La riflessione sulle crisi è interessante, ma per ora si ferma lì. Un pò in stato di crisalide, appunto. Eppure qualcosa di altro ci deve essere …

La crisi oggi, rispetto ad allora non riesce più ad essere solo individuale, si può anche ignorare il fatto ma riverbera da più parti. La crisi di uno, poniamo per i subprimes americani, riverbera ed esplode, obbligando a nuove soluzioni che nessuno altrimenti avrebbe cercato. 

E’ vero che le Cassandre ci sono sempre state e qualcuno quà e là tentava, prevedeva, sperimentava alcune nuove soluzioni …. Finanza ed economia etica, attenzione alle risorse nei loro limiti, microcredito. Il mondo dell’economia si è mosso prima, o si è mosso più evidentemente nella sperimentazione di altro, in previsione di una crisi che non c’era ancora.

Altrove si sono trovate strategie ad alcune fratture che i cambiamenti sociali, culturali, economici …  andavano procurando. Strategie casuali o dettate dalla necessità. A quelle ci si potrebbe riferire per capire come sono state implementate e cosa hanno insegnato, e se offrono soluzioni applicabili altrove.

Dove? Nel mondo dei servizi.

Un esempio? La scuola.

La crisi del sistema scolastico, la fatica degli insegnanti è evidentemente una crisi di sistema e di modello, sino ad ora imputate alla “cattiva scuola” (un vizio di volontà degli insegnanti)  o ai bulletti, al disagio degli allievi (un vizio di volontà dei ragazzi) o peggio delle loro famiglie.

 Sebbene sia ovvio che restituire responsabilità ai singoli costituisca un passaggio essenziale, ciò non dovrebbe implicare una più attenta osservazione della crisi maggiore … dove origina? Non farlo è indulgere nella pratica dello scarica barile, dove la colpa se la rimbalzano – patata incandescente – alunni, genitori, scuola.

Oggi la scuola e la famiglia, e gli alunni, godono di una pluralità di figure e luoghi formativi, che pure dialogano tra loro. Ma, mi chiedo, se si fanno questa domanda banale:

perchè in così tanti e in tanti luoghi, e in tanti modi si forma.

La prima risposta potrebbe essere: a mondi complessi si danno risposte complesse. La seconda è la crisi educativa che predice una crisi, forse, epocale di cambiamento. Insomma un surplus formativo, che previene e tampona una crisi in fieri, ma che ancora non legge la crisi.

Intanto nei luoghi formativi, spesso, molto spesso,  ci lavorano  i professionisti dell’educare:  educatori professionali;  a volte presidiano da soli quei luoghi , altrove affianancano i naturali “detentori” di quel luogo (insegnanti, genitori, psicologi, assistenti sociali, riabilitatori). Alle volte sembrano stare lì quasi per caso, messi in assenza di altre o migliori risorse, eppure la loro presenza segnala una latenza ….

4 aprile 2009

le mamme che crescono

Devo un grazie al blog di Marilde Trinchero la voglia di ritrattare una esperienza lavorativa, quando facevo l’educatrice A.D.M.

Si tratta del primo caso seguito una madre con tre figli, il primo dal primo marito, il secondo e il terzo dal nuovo compagno. Io avevo il compito di seguite la primogenita, concepita quando la donna era giovanissima (17 anni), e che aveva affidato per anni alla madre mentre veniva al nord per seguire il nuovo compagno e una prospettiva di lavoro. La figlia grande si era poi riunita alla neonata famiglia, mostrando molte difficoltà a scuola nell’apprendere e socializzare, traumatizzata dal precoce abbandono materno. Solo quando tornava dalla nonna materna che l’aveva cresciuta stava meglio di salute e emotivamente.

Il caso si era chiuso alcuni anni dopo, con un leggero miglioramento scolastico, e una maggiore serenità della ragazzina. Con mia personale insoddisfazione di non aver fatto di meglio.

Ma chi aveva davvero giovato di quel percorso in realtà era stata la mamma, che progressivamente aveva studiato e si era procurata un titolo di studio per avere un lavoro sicuro in ambito assistenziale, aveva studiato e fatto la patente, aveva migliorata la cura di se, trovato un lavoro, ed infine anche lasciato anche il secondo compagno dopo anni e visto che non riusciva a farlo smettere di bere, aveva anche trovato una casa migliore per se e le bimbe. Insomma aveva potuto ritrovare i fili con se e da mamma adolescente aveva trovato in se la capacità di essere una donna responsabile. L’attenzione alla prima e agli altri figli è rimasta a margine, non è riuscita subito a rimettere loro al centro della sua funzione materna, ma ci ha provato … a crescere. Forse con il tempo, un pò, imparerà ad ascoltare anche i figli, o forse da adulti ricostruiranno il seno della loro storia e di quella crescita.

2 aprile 2009

un laboratorio di psicomotricità

558425421L’educatrice con cui conduco il laboratorio, oggi, mi dice che i partecipanti non sembravano nemmeno disabili.

E’ vero. E’ un gruppo che lavora con il corpo e sul corpo, che comunica con il corpo e poi usa le parole per ri-narrare, rappresentandolo, ciò che ha imparato e ciò che ha visto, di se e degli altri. Per se e per gli altri.

La disabilità è un accessorio che abbiamo lasciato per strada, nessuno ne aveva più bisogno dopo tre anni di lavoro comune. 

Il corpo è corpo comunque, comunica comunque, si muove, interagisce, sperimenta, scopre, tocca, sfiora, spinge, ascolta sempre e comunque.

Accssoriamente loro sono disabili. Prima corpi sensomotori, psicomotori, emozionali, e poi corpi narranti ….

Corpi che come scrivevo, assai più ingenuamente nella dedica della mia tesi di psicomotricità nel 1992, che sono case e che come dice Bertherat:

In questo preciso istante, nel punto in cui ti trovi c’è una casa con il tuo nome.

Ne sei l’unico proprietario, ma, molto tempo fa nei hai perduto le chiavi. Cosi’ ne rimani chiuso fuori, e ne conosci soltanto la facciata, non ci abiti.

Questa casa, rifugio dei tuoi ricordi più nascosti più lontani, è il tuo corpo.

La strada psicomotoria oggi è stata quella che ha reso alcune chiavi di quella casa.

Qualcuna a me, qualcuna ad ogni membro del gruppo.


31 marzo 2009

radio kills the video star (?)

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Ballando sotto le stelle, Amici, X – factor, il museo di fotografia contemporanea, Rai edu – Tv talk.

Cosa accomuna queste realtà?

La sguardo e l’educazione.

  • I primi tre sono talent show, in cui si osservano le storie formative dei partecipanti allo show, svilupparsi tra lezioni, fallimenti ed apprendimenti; fino all’epilogo del giudizio e della selezione. Inoltre è possibile vedere i giudici e/o professori discutere tra loro sulla qualità degli apprendimenti, così il pubblico riesce ad acceder al livello della meta-riflessione sulla qualità, sull’applicazione, sul talento, sulla didattica che in questi programmi viene espressa. 

(c’è tutto un corollario di riflessioni che mi risparmio: il fatto che siano programmi televisivi, dei contenitori più o meno fittizi, scuole sui generis, luoghi in cui l’obiettivo è lo spettacolo e l’audience e non l’apprendere)

 SERVIZIO EDUCATIVO del Museo di Fotografia Contemporanea promuove attività e proposte volte a facilitare la conoscenza della fotografia attraverso il museo, il suo patrimonio fotografico, le ricerche e le esposizioni in corso. Si rivolge a ogni tipo di pubblico (studenti, giovani, gruppi familiari, adulti, famiglie, associazioni e gruppi, comunità del territorio, studiosi) proponendo il museo come luogo di incontro e di elaborazione culturale. 

Le principali finalità del SERVIZIO EDUCATIVO sono: 

- far conoscere le collezioni e le attività del Museo
- offrire attività per la formazione, l’apprendimento e la ricerca
- educare a saper vedere e interpretare le opere.

  • Infine Rai tre – anzi Rai Educational che con il programma Tv – Talk che secondo cinetivu “ rappresenta l’esempio di come si possa proporre una interessante trasmissione d’analisi su quanto di meno intelligente lo spettatore si ritrovi ad osservare nella sua quotidianità: i programmi proposti dal piccolo schermo.”. In altro modo un modo di analizzare ciò che vediamo, dalla parte di chi ce lo fa vedere. 

C‘è un filo rosso tra queste realtà? 

Ma qualcosa mi suona comune. Una precisa quanto involontaria ricorsività: il formare, il mostrare la formazione, il riflettere su cosa viene prodotto.

E’ casuale che ci si occupa di televisione e di sguardo, di immagine si ritrovi a svolgere questa funzione?

E’ un abbozzato bisogno di formazione mirato  al guardare, all’imparare da ciò che si guarda, al costruire metalivelli di analisi e riflessione?

E’ un inconscio modo di ricercare il pedagogico anche in ciò che prevale e domina nella cultura d’oggi, e che prevalentemente è mutuato dallo sguardo? (TV- cinema – internet – fotografia – immagine); o è un modo di ricercare un pedagogico tout court?


Ma alla fine cosa c’entra la radio? Forse è uno strumento pedagogicamente più conosciuto ….

la voce narrante versus le immagini che ancora non sanno completamente come, cosa, quanto narrare … nel qui ed ora.


21 marzo 2009

meta

la gestione di un blog, o peggio, di più blog “obbliga” ad incontrare il meta linguaggio HTML, a lavorare sul meta livello del blog (bacheca) e a riflettere su come si fa per fare un blog.

ancora non è pedagogico ma è un processo di apprendimento interessante, nel senso che pare lo sguardo su meta livelli, meta linguaggi (html, categorie, tag, video, musica etc), e meta analisi. che alle volte si intrecciano tra loro …

21 marzo 2009

meta lezioni di vita – la tv 

faccio una citazione di me stessa, “rubando” al mio altro blog questo….
ogni tanto se la minina ha la febbricciatola e stare accoccolate sul divano è creare un piccolo nido in cui accucciarsi… permette alla mamma di trovare perle televisive interessanti.

una trasmissione che parla nel livello “meta” (meta- sopra, al di là) dei programmi, cioè di cosa pensa di ciò e di come si stanno facendo i programmi tv fa, ovviamente questo livello “meta” è trasversale alla tv, ai giornali, alla politica e via dicendo.
E’ interessante che la riflessione di meta livello non corrisponda mai, in termini qualitativi, a ciò che viene erogato.
cioè chi fa una certa cosa (giornali, tv, politica) ragiona sul meta livello di un “prodotto” che fornisce, ne vede le criticità, non so … un programma di informazione basato sull’urlio e sulla banalizzazione degli ospiti invitati (solite facce, solite banalità, solite liti).
così il signor x che valuta come quel format non garantisca nemmeno la qualità minima che pensa sia necessaria, e ne vede criticità e crepe … poi lo fornisce sempre identico.
cioè la meta analisi non produce cambiamenti.

la cosa interessante è osservare che comunque il meta livello c’è; e che talvolta viene reso disponibile/visibile.
più programmi simili consentirebbero ( noi elettori, fruitori, consumatori etc) di valutare meglio e pretender più qualità ai politici, ai giornalisti, ai programmatori tv.

 

Detto ciò ci sono contesti, credo un pò tutti, che per necessità di esistere devono accedere al livello sopra, il meta, appunto citato, a riflettere e trattare ciò che fanno, come lo fanno e quindi apprendere da ciò. in teoria questo processo dovrebbe essere trasformativo, ma come si vede sopra non sempre è così.

 

 

il passaggio interessante è quando il livello meta si svela, mostrano il processo di analisi, e di riflessione; ma qui si ferma perchè ne fa oggetto di una trasmissione tv

il pedagogico insegna questo processo meta, apprendendo da ciò che fa, facendone oggetto di trasmissione/insegnamento.